Mediazione linguistico-culturale: il ruolo nella cura delle vittime di tortura

In ambito socio-sanitario la mediazione linguistico-culturale si configura come un’attività ad elevata qualificazione, che assume caratteristiche e specificità da lungo tempo dibattute e ormai acquisite nella pratica quotidiana. In particolare, oltre a fornire informazioni sul diritto alla salute e orientamento sul sistema sanitario ai gruppi più fragili, la figura del mediatore ha il compito di colmare il divario tra le diverse visioni del corpo, della salute, della malattia e delle pratiche di cura, decodificando significati e sistemi culturali al fine di una corretta e reciproca comunicazione tra il personale socio-sanitario e gli utenti.

La mediazione con le vittime di tortura comporta un insieme di competenze specialistiche di ordine tecnico-comunicativo, metodologico ed etico strettamente correlate alla natura del trauma subito e alla condizione di estrema vulnerabilità della persona. La tortura è un atto intenzionale che, oltre all’integrità della persona, mira a distruggere la fiducia nelle relazioni umane e a spezzare i legami comunitari; pertanto, nel processo di presa in carico, la vittima può manifestare diffidenza e ostilità anche verso gli operatori. Ed è in tale operazione di “ricucitura di fiducia” e di facilitazione alla narrazione che il compito del mediatore si rivela in tutta la sua complessità: un equilibrio delicato che richiede resilienza emotiva e una profonda consapevolezza di sé e del proprio ruolo.

L’approccio metodologico dell’associazione Medici Contro la Tortura, sviluppato nel corso degli anni sulla base della pratica, dell’osservazione e della riflessione interna, si fonda sull’intervento di équipe interdisciplinari composte da diverse professionalità: medici, psichiatri, psicoterapeuti, assistenti sociali, operatori sociali, mediatori linguistico-culturali, operatori legali. L’incontro congiunto con più figure professionali – che lavorano in modo collegiale a tutta la gestione del caso – comunica immediatamente e visivamente alla persona l’idea che non è solo un corpo colpito da curare, ma un individuo che deve essere riconosciuto nei suoi bisogni multipli e nelle sue risorse, offrendogli l’opportunità di poter esprimere, oltre al dolore fisico, anche la sua sofferenza emotiva e le sue esigenze sociali. Il lavoro delle équipe interdisciplinari è condotto secondo un approccio di rete e promuove altresì l’attivazione di professionalità esterne e altre organizzazioni pubbliche o private a tutela delle esigenze e priorità della persona.

Il ruolo del mediatore nell’équipe multidisciplinare

All’interno di tale gruppo integrato, al mediatore linguistico-culturale è riconosciuta una funzione fondamentale. Fin dall’inizio della sua attività con le vittime di tortura, che risale agli anni Novanta, MCT ha scelto infatti di inserire a pieno titolo questa figura all’interno dell’équipe interdisciplinare. Inoltre, negli ultimi anni ha avviato un percorso strutturato di riflessione articolato in incontri periodici di confronto tra i mediatori e gli altri membri dello staff. Attraverso il confronto diretto, si intende promuovere un linguaggio di lavoro condiviso, sostenere la coerenza degli interventi clinici e psicosociali e prevenire possibili fraintendimenti legati alle differenze culturali, professionali o emotive che emergono nel lavoro con vittime di tortura.

Il ruolo ricoperto dal mediatore va ben oltre l’interpretariato; la sua presenza è il segno concreto che il “sapere” della parte curante è limitato e necessita dell’apporto costruttivo di chi viene ascoltato. L’intervento del mediatore “contamina” tutte le parti coinvolte in un agire che per sua natura non è neutrale, come talvolta si pensa l’agire medico, contribuendo alla trasformazione del sistema stesso di cura. Il mediatore agisce altresì come raccordo tra i vari professionisti e tra questi e l’utente, assicurando che la prospettiva culturale della vittima sia sempre tenuta in considerazione all’interno dell’intervento multidisciplinare.

In virtù di tale centralità, MCT riconosce pienamente la specificità della mediazione con le vittime di tortura, che, oltre al bagaglio di requisiti professionali specifici, comporta, utilizzando le parole stesse dei mediatori, un “impegno dedicato” per “sostenere la sofferenza”, con particolare “attenzione agli aspetti emotivi”. In questo contesto la principale responsabilità del mediatore consiste nel calibrare la propria presenza all’interno della relazione, trovare un equilibrio tra prossimità e distanza: accompagnare la persona nel percorso di cura “stando però un passo indietro”. Al mediatore è inoltre richiesta una significativa capacità di gestire lo stress e di contenere reazioni come dolore, tristezza, indignazione e rabbia di fronte alle ferite del corpo e alla gravità dei vissuti traumatici, soprattutto qualora egli stesso abbia attraversato un’esperienza migratoria difficile. In tal senso, il confronto in appositi spazi con l’équipe diventa strumento di supporto, decompressione e rielaborazione dell’esperienza clinica e relazionale.

Costruire una relazione di fiducia

Entrando nel merito della prassi operativa, sono tanti gli aspetti qualificanti che caratterizzano l’attività di mediazione nell’ambito di MCT. Innanzitutto, nel corso del tempo l’Associazione ha instaurato un rapporto costante con alcuni mediatori, che possono essere definiti “storici”, i quali forniscono un contributo fondamentale alla comprensione dei bisogni espressi dall’utente e quindi anche alla formulazione del progetto di cura individualizzato. È pertanto essenziale per MCT garantire non solo la stabilità della composizione dell’équipe curante, ma anche la continuità della figura del mediatore di riferimento, per far sì che l’utente stabilisca una relazione con il “suo” mediatore allo stesso modo in cui può instaurarla con gli altri membri dell’équipe.

La qualità dell’accoglienza di soggetti vulnerabili quali le vittime di tortura getta le basi per la costruzione della relazione di fiducia; l’accoglienza è in sé cura e riconoscimento e implica massima attenzione, delicatezza, discrezione e rassicurazione di confidenzialità. Nella fase di primo accesso al servizio, il ruolo del mediatore appare dunque cruciale. L’aggancio passa attraverso una modalità informale e immediata di approccio (“un saluto in lingua”, “una chiacchierata informale per rompere il ghiaccio”, “un’accoglienza calorosa e fraterna con un sorriso”) che mira sin dalle prime battute a tranquillizzare la persona e a metterla a suo agio, ancora prima di fornirle le informazioni preliminari sul servizio, come in una sorta di “informativa sul divano”. Al mediatore spetta altresì il compito di spiegare il setting di accoglienza in gruppo previsto dalla metodologia di MCT e presentare l’équipe, illustrando i vantaggi di una presa in carico multidisciplinare. La domanda dell’utente – implicita, ma talora espressa con chiarezza – è: «Posso fidarmi di queste persone?» e una risposta rassicurante risulta essere fondamentale affinché possano nascere le basi di una relazione di fiducia.

L’intesa sul progetto terapeutico si rafforza con la partecipazione del mediatore sia al briefing iniziale in cui l’équipe fa il punto sul percorso di cura del singolo utente, sia allo spazio di confronto alla fine della seduta, in cui l’équipe esprime una valutazione “a caldo” su quanto accaduto nel corso della visita (debriefing). In particolare, il coinvolgimento nel debriefing consente al mediatore non solo di condividere visioni, osservazioni, dubbi o difficoltà, ma anche di esternare le proprie emozioni, in modo da alleggerire il carico emotivo e non “rimanere in sospeso”.

Il mediatore interviene nell’ambito di una relazione operatori/utenti complessa, intrinsecamente asimmetrica. A questo proposito, durante le visite in équipe, è sempre importante tener conto della sua posizione relazionale e comunicativa, considerando le molteplici direzioni della comunicazione (che vanno dall’utente agli operatori e viceversa), nonché la necessità di favorire un equilibrio tra i diversi sguardi dei membri dell’équipe. Ciò implica, in particolare, una riflessione condivisa sulla gestione dei turni di parola, sulla definizione dello spazio di intervento e sulle modalità di azione nei momenti di difficoltà comunicativa (blocchi dell’utente, silenzi prolungati o situazioni di impasse relazionali). In questo contesto, il mediatore svolge inoltre una funzione essenziale di mediazione epistemica e culturale: da un lato contribuisce alla comprensione delle rappresentazioni culturali della salute, della malattia e della sofferenza espresse dall’utente; dall’altro facilita l’accesso e la comprensione del sistema di cura occidentale di matrice scientifica, promuovendo un dialogo più efficace tra i diversi orizzonti interpretativi coinvolti nel percorso di cura.

Se è più che scontato che una comunicazione efficace tra mediatore e utente è possibile solo costruendo e consolidando una relazione di fiducia, nella metodologia di MCT la professionalità del mediatore si esprime appieno anche nell’abilità di estendere e trasferire tale fiducia all’intera équipe curante. D’altro canto, è altrettanto fondamentale che tra mediatori e operatori vi sia un “patto di alleanza” basato sulla condivisione dei valori, della metodologia e delle prassi terapeutiche dell’Associazione. Dal punto di vista concreto, tale alleanza si traduce nell’elaborazione di un “codice di intesa” su come comportarsi durante la conduzione delle visite, in particolare nella gestione di situazioni critiche o momenti problematici.

Mediazione culturale tra sistemi di cura differenti

Le “cure” offerte da MCT, che affiancano all’intervento medico un costante supporto psicologico e sociale, si misurano dunque con i sistemi di riferimento culturali degli utenti. Peraltro, l’assunto sul quale ormai tutti gli studiosi concordano è che la cultura non è un aggregato monolitico. Qualificare determinati comportamenti, pensieri, interpretazioni come “culturalmente determinati” rischia di essere una semplificazione al limite della banalizzazione. In una società globalizzata, nessuna cultura si è mantenuta “pura” ed esente da influenze esterne. Non da ultimo il monolitismo delle culture è messo in crisi dalla stessa esperienza migratoria (“la migrazione è in sé un processo di transizione”), nel senso che il migrante si trova di fronte a una negoziazione continua dei propri valori a confronto con valori percepiti come estranei, talvolta attrattivi e al contempo vissuti come pericolosi attentati a un’identità già fragilizzata.

In questo senso, il mediatore aiuta a colmare il divario tra i diversi sistemi e al contempo veicola, in modo che siano comprensibili all’utente, le istanze di cura proposte, illustrandone in modo accessibile finalità e modalità operative. Ciò include, ad esempio, la spiegazione di alcune procedure diagnostiche come l’esecuzione di una TAC, le indicazioni di una terapia farmacologica o le ragioni di un prelievo di sangue, chiarendone i benefici attesi e gli eventuali effetti collaterali. In alcuni casi questa operazione si rivela determinante per dissipare dubbi, timori o diffidenze.

Inoltre, di fronte a visioni e credenze tradizionali che possono influenzare il percorso di cura, è utile adottare una “mediazione tattica” che accompagni la persona a considerare visioni alternative, ampliando le sue possibilità di scelta. Ciò significa fare appello alle risorse individuali nonché, quando necessario, alla ragionevolezza e al pragmatismo (“sottolineare gli aspetti migliorativi senza calpestare i valori affettivi e la cultura di origine”). Richiede la capacità di cogliere l’evoluzione dei modelli culturali che sta avvenendo anche nelle comunità tradizionali per effetto delle connessioni globali e delle diaspore.

A titolo esemplificativo, una situazione molto frequente riguarda l’influenza delle credenze religiose e spirituali nel processo di cura, credenze che trovano difficilmente posto nell’attuale approccio medico occidentale. Fermo restando che al centro di ogni intervento c’è sempre la persona e il suo benessere, la sfida che si presenta agli operatori è quella di interagire e dare adeguata collocazione al tema del “sacro”, soprattutto di fronte a utenti che sono cresciuti nel rispetto di regole dettate dalla religione e dalla tradizione, vissute non solo come obblighi o prescrizioni ma anche come forti componenti identitarie e di coesione sociale. In questi casi l’intervento del mediatore può essere particolarmente rilevante: per l’operatore, che così riconosce il significato culturale di culti, pratiche e valori spirituali, ed è in grado di integrare l’apporto terapeutico della preghiera e di alcune pratiche tradizionali (“ognuno ha la sua farmacia”); per l’utente, che può accettare, senza creare dualismi, i possibili benefici della medicina occidentale e l’eventuale effetto migliorativo delle cure (“se lui pensa che la preghiera funziona perché è la sua fede, tu gli devi far capire che anche la medicina funziona”; “Io gli dico che Dio esiste e ha creato le medicine”).

Un ulteriore esempio riguarda la sfera del “magico”, che assume rilevanza nel momento in cui la vittima di tortura attribuisce la causa della sua malattia a pratiche maligne. Se si vogliono leggere i sintomi anche alla luce del contesto socioculturale dell’utente e giungere a una “cura negoziata” che integri le risorse terapeutiche tradizionali, il mediatore dovrà saper riconoscere queste situazioni e favorirne l’emersione, aiutando l’utente a superare reticenza, vergogna o sfiducia. Intraprendere un percorso di cura “parallelo” significa anche la possibilità di stabilire un canale di collaborazione con la famiglia (o la comunità) di origine, affinché questa si attivi per sciogliere il maleficio “alla fonte”, o di coinvolgere figure autorevoli di guaritori e guide spirituali.

Una pratica relazionale al centro della presa in carico

In questo quadro complesso, la mediazione linguistico-culturale si configura come una pratica relazionale, comunicativa ed etica capace di ricostruire fiducia, negoziare significati e integrare saperi diversi, contribuendo a una presa in carico realmente interdisciplinare e culturalmente sensibile delle vittime di tortura.

Ringraziamo: Yordanos Yohannes, Farah Abdi Anab, Diaby Sekou Ahmed, Fatima Boubakar, Nayera El Gamal, Courage Abiola Abieyuina, Koffi Akpaka, Salif Barro e Tajammul Hasim, che hanno partecipato alla stesura del documento.