Sfruttamento lavorativo e trauma: quando il caporalato riattiva le ferite della tortura

A Milano, centinaia di operai indiani vengono reclutati, dopo aver pagato un “pizzo” per arrivare in Italia, per lavorare alla realizzazione del consolato americano nella città lombarda.

Secondo la Procura di Milano, che ha aperto un’inchiesta, “venivano sfruttati corrispondendo loro retribuzioni palesemente difformi dalla contrattazione collettiva e notevolmente inferiori alla soglia di povertà”. Per i pm Paolo Storari e Mauro Clerici, i lavoratori sono stati “costretti a lavorare con turni massacranti, senza sicurezza e sotto la costante minaccia di licenziamento e quindi di rientrare nel loro Paese d’origine”, se non sottostavano “a condizioni lavorative degradanti e sottopagate, non potendosi nemmeno ribellare perché ricattabili e controllati”.

Ad Amendolara, sulla costa jonica calabrese, quattro braccianti stranieri sono stati bruciati in un minivan perché si sarebbero ribellati alla condizione di sfruttamento e schiavitù in cui erano tenuti. I loro nomi: Amin Fazal Khojani, afghano di 28 anni; Ullah Ismat Qiemi, un ragazzo di 19 anni anche lui afghano; Safi Iayjad, afghano di 27 anni; e Waseem Khan, pakistano di 29 anni. Per il gip, i braccianti agricoli sono stati “puniti solo per aver avanzato delle pretese retributive e di regolarizzazione contrattuale”. Non volevano più vivere in dieci in una stanza.

Dallo sfruttamento al controllo della persona

I due episodi, pur diversi nelle forme, sembrano appartenere a uno stesso continuum di violenza strutturale.

Da una parte, l’inchiesta sul cantiere del nuovo Consolato USA a Milano descrive lavoratori migranti indiani costretti a pagare migliaia di euro per ottenere il lavoro, sottoposti a salari inferiori alla soglia di povertà, turni estenuanti e minaccia costante di licenziamento. La Procura parla esplicitamente di una condizione di “para-schiavismo”.

Dall’altra, la vicenda della strage dei braccianti nel Cosentino riporta in primo piano il tema più generale del caporalato agricolo, un sistema che continua a coinvolgere lavoratori migranti reclutati in condizioni di estrema vulnerabilità e dipendenza.

I punti di contatto sono evidenti:

  • reclutamento di persone straniere in condizioni di bisogno;
  • indebitamento o dipendenza economica dal datore di lavoro;
  • minaccia costante della perdita del lavoro, del permesso di soggiorno o dell’espulsione;
  • sfruttamento della vulnerabilità linguistica, giuridica e sociale;
  • riduzione della persona a mera forza-lavoro.

Quando il lavoro riattiva il trauma

Per chi lavora con richiedenti asilo e sopravvissuti a tortura, emerge un aspetto spesso sottovalutato: il caporalato e il lavoro schiavistico non rappresentano soltanto uno sfruttamento economico, ma possono costituire una forma ulteriore di violenza traumatica.

Molti migranti arrivano in Europa dopo avere subito:

  • torture da parte di polizie, eserciti o gruppi armati;
  • sequestri e violenze nei Paesi di transito;
  • detenzione arbitraria;
  • lavori forzati durante il viaggio migratorio.

Quando, una volta giunti in Europa, si ritrovano nuovamente in una condizione caratterizzata da coercizione, minaccia, privazione dell’autonomia, umiliazione e sfruttamento del corpo come strumento produttivo, si può parlare di una riattivazione del trauma precedente. La persona sperimenta di nuovo l’impossibilità di sottrarsi al potere di altri e la sensazione che la propria vita abbia valore solo in quanto utile economicamente.

Oltre lo sfruttamento economico

In questo senso, il lavoro schiavistico può essere letto come una forma contemporanea di tortura sociale: non necessariamente finalizzata a ottenere informazioni o confessioni, ma a produrre obbedienza, dipendenza e sfruttamento attraverso la paura, il controllo e la vulnerabilità estrema.

Dal punto di vista clinico, non è raro osservare che il ricordo traumatico non si organizzi attorno a eventi separati (i soprusi subiti in patria, la prigionia in Libia, la traversata), ma come una sequenza di esperienze accomunate dalla stessa struttura: essere nelle mani di qualcuno che esercita un potere assoluto sul proprio corpo, sul proprio tempo e sulla propria sopravvivenza.

Prevenire la ri-traumatizzazione

Per questo motivo, nei percorsi di cura rivolti ai sopravvissuti a tortura, il contrasto al caporalato non dovrebbe essere considerato soltanto una misura di tutela del lavoro, ma anche un intervento di prevenzione della ri-traumatizzazione. Quando lo sfruttamento lavorativo colpisce persone già esposte a violenze estreme, esso rischia infatti di diventare l’ultimo anello di una catena di torture che attraversa Paesi, frontiere e contesti apparentemente molto diversi.

Le associazioni che lavorano con sopravvissuti a tortura si trovano in una posizione privilegiata per mostrare qualcosa che spesso sfugge sia al dibattito pubblico sia alle istituzioni: il fatto che lo sfruttamento lavorativo non sia soltanto una questione di diritti del lavoro, ma possa rappresentare una continuazione o riattivazione di esperienze traumatiche estreme.